VASCO  CANZIANI



VASCO  CANZIANI “Vasco Canziani, nasce a Livorno nel 1937 ove tuttora abita e lavora. Amante della pittura fin da giovane, trova in Voltolino Fontani il maestro ideale col quale condividere il desiderio di rinnovamento della tradizione figurativa labronica. Pur partendo da basi tradizionali che lo portano inizialmente ad eseguire paesaggi e nudi, secondo una concezione realistica, con tenacia perseveranza e indubbie capacità compositive riesce nel tempo ad ottenere una tecnica personalizzata ed originale che, pur nell’affermazione della forma, raffiguri i vari temi, paesaggi o figure che siano, secondo visioni e concetti contemporanei.
Arriverà all’espressione pittorica attuale attraverso un processo graduale che lo vedrà impegnato nell’utilizzo di tamponi imbevuti di colori nel tentativo, egregiamente riuscito, di dare movimento e dinamismo alle sue composizioni. Artista elegante nell’esecuzione pittorica dona alle sue opere un’atmosfera coinvolgente inducendo l’attento fruitore a misurarsi con i vari accostamenti dei tasselli cromatici che compongono i soggetti sulle tele.
VASCO  CANZIANI VASCO  CANZIANI VASCO  CANZIANI

La tecnica utilizzata da Vasco segue, in parte, gli insegnamenti della corrente del Divisionimo secondo la quale gli accostamenti di colori puri, non mescolati, oltre a donare il senso di movimento all’opera ne esaltano la luminosità.
Vasco Canziani prima di essere un artista è un uomo sensibile, schietto ed onesto elementi questi che si ritrovano in tutte le sue opere fin dai temi più figurativi; egli è un puro, un pittore leale, un uomo che ha fatto della sua arte una professione che lo ha portato al raggiungimento di numerose soddisfazioni. Ha insegnato al Centro Culturale “Massimo Luschi” di cui tuttora è sostenitore e guida ed è socio cultore del Gruppo Toscana Arte “G. March” e dell’Associazione Culturale “Arte a Livorno…e oltre confine”.

Alessandra Rontini


“Vasco Canziani svolge attualmente la sua attività presso il Centro Culturale “Massimo Luschi” di Via Pini a Livorno. Ci siamo incontrati là per chiacchierare un po’ insieme e perché io potessi rendermi conto di cosa fosse questa realtà per lui tanto preziosa, nella quale si organizzano corsi di pittura e scultura ed in cui tante persone lavorano quotidianamente alla propria passione.
Anche per Canziani si potrebbe parlare infatti di una vera e propria passione, quella per l’arte, nata sui banchi di scuola, proseguita in Accademia e per ultimo sradicata di ogni tentazione post-macchiaiola sotto le veci di Voltolino Fontani, di cui fu allievo per alcuni anni.
Da qui il passaggio al moderno fu per Canziani pressoché obbligatorio, per un istinto interiore di sperimentazione verso il colore e verso una forma mai, se non in giovinezza, vista nella sua salda e compatta stabilità. Se paesaggi, nudi, nature morte sono rimasti col tempo i suoi soggetti preferiti, ciò che nella sua opera è cambiato è infatti la loro consistenza, sminuzzata negli anni ottanta in migliaia e migliaia di variopinti pixel, oggi alleggerita in bagliori distesi su tele preparate ad acrilico, in futuro forse addirittura annullata, per dare parola al colore e ad esso soltanto.
Il pittore vede l’immagine, la osserva, la disegna, la trasforma dentro il suo studio e nella sua mente e la riporta in una rappresentazione unica, dove il movimento fa da protagonista e dove le cose cambiano aspetto, pur conservando la propria vita.
Ecco allora che i cavalli ed i giocatori, indecifrabili se non visti alla dovuta distanza, interagiscono nello spazio in futuristiche torsioni e ripetizioni motorie, così come nelle cattedrali del XXI secolo le pennellate dissolvono il definito per poi ricomporre fantasticamente le parti, in precedenza cromaticamente e stilisticamente sfaldate. Ecco, infine, il progetto di un ultimo tentativo: allargarsi per spingersi fino al limite, dove la forma non esisterà più e dove soltanto il colore penserà a raccontare la storia determinandola con i suoi gialli, i rossi, i grigi o gli stessi azzurri mai abbandonati, parlando di stati d’animo sempre diversi, in una sorta di questione interiore conosciuta soltanto al maestro e qualche volta intuita dallo spettatore.
Tra i premi ed i riconoscimenti ricevuti nessuno viene ricordato come il più importante, benché molteplici siano state nel corso degli anni le sue esposizioni”.

Giaele Mulinari



 
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