MANOLA  ARINGHIERI



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Manola Aringhieri è nata a Rosignano Solvay (LI) nel 1957, ma vive e lavora a Castiglioncello (LI). Ha conseguito il diploma di maestra d’arte all’Istituto Statale d’Arte di Pisa e in seguito si è abilitata per l’insegnamento di Educazione artistica.
Il 3 agosto 2013 ha presentato la sua personale alla Galleria d'Arte "In Villa" di Rosignano Solvay.

“Parlare di surreale è sempre molto difficile, andiamo oltre la ragione, oltre la strada razionale e certa del vivere quotidiano per incontrare le nostre paure, le illusioni, il sogno che ci racconta il nostro essere. La luce è l’emozione e, nei quadri di Manola Aringhieri, la luce è limpida, tersa, come una chiara consapevolezza dell’esistenza, che ha come fine il principio, l’unione con il tutto, con l’universo. Ecco che il movimento della sua grafia, il suo segno, diventa quasi la trama di un film, tanto che posso parlare, più che di quadri, di sequenze grafiche che hanno tutte un unico filo conduttore. Le sue figure non hanno mai immobilismo, ma sono simili alla natura, dove anche la roccia si muove, si trasforma attraverso il tempo con l’aiuto dell’acqua e del vento; l’aria entra a far parte di un uomo: è l’uomo. Persone che, succubi delle apparenze, hanno una maschera per ogni occasione, che a lungo andare porta sulla strada della follia, solo perché è difficile amare la certezza di non essere come gli altri vogliono. Anche il futurismo è stato introdotto nei quadri di Manola, più che come scomposizione, come frantumazione delle figure per avvalorare maggiormente la precarietà dei nostri atti, dimenticanza del nostro essere polvere e di ritornare terra, madre universale di tutti noi.
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I suoi quadri filmati ci vogliono raccontare, cercando di mettere insieme dei puzzle, intrecciando foglie di edera, legando insieme tutti i timori per esorcizzare la folle impresa della torre di Babele, simbolo eterno delle nostre incomprensioni. Per questo motivo la tecnica usata è mescolanza di colori di diversa provenienza: la china, l’acrilico, le matite colorate; questa unione genera la forza, e il quadro racconta in maniera fluida espressionista/surrealista, i timori umani. La china è usata per evidenziare i tratti del personaggio donandogli un’espressione cruda che è lì per ricordarci che i suoi quadri non rappresentano la realtà in maniera utopica, ma con una visione lucida e fredda, esente da illusioni che solo il sogno ci può presentare. Così questa poliedricità consente all’essere umano una più ampia visione del mondo evitandogli di incorrere nell’errore di guerre e stragi, solo perché non ha saputo amare sé stesso e gli altri”.

Paola Salvestrini


“La formazione artistica di Manola Aringhieri parte dall’Istituto d’Arte di Pisa e continua con la frequentazione della Libera Accademia del maestro D. Schinasi.
Inizia così un’accurata produzione grafica in cui usa prevalentemente il pennino a china e introduce poi delicatamente il colore in acquarelli o chine colorate. I soggetti sono quasi sempre figure femminili, o maschili. L’elemento umano è imprescindibile e la donna in particolare viene presentata nelle sue varie tipologie e condizioni. Ed è questo il soggetto su cui compie lo studio più accurato sia per quanto riguarda l’anatomia, sia nell’essenza psicologica che introduce al dramma esistenziale, che si rende palpabile nel suo particolare immobilismo.
Comincia poi, con l’uso del colore, a servirsi di supporti di grande formato; usa generalmente colori acrilici e a volte inserisce altri materiali. La sua pittura è permeata sensibilmente da una atmosfera surreale; le sue opere sono spesso molto articolate, quasi dei film, dove una staticità a volte esasperata esprime il pathos, la tensione emotiva. Nella rappresentazione non c’è mai nulla che contraddica palesemente la plausibilità e la verosimiglianza al reale; eppure, grazie a minimi accorgimenti, le tele finiscono per comunicare sensazioni di lieve inquietudine, discreta o appena suggerita, il tutto conservando una tecnica caratterizzata da estrema lucidità e nitidezza rappresentativa. Spesso chi vi si pone davanti è portato a farsi delle domande, ma la verità ha tante risposte, dipende sempre da come noi ci poniamo e da quanto siamo liberi o schiavi di una mentalità succube. Ed è proprio questa l’idea dell’artista: che colui che guarda interagisca con ciò che vede, che ci sia una reazione e una relazione, un pensiero attivo e non una visione distratta”.

Barbara Rossi


“Guardando le opere di Manola Aringhieri non posso fare a meno di rivedere in lei l’atmosfera metafisica dei grandi De Chirico e Delvaux. Ma questa è solo la prima impressione, ed è un’analogia semplice e affrettata che l’analisi visiva ci insegna a superare. Questi deserti dell’anima, questi motivi ornamentali astratti, questi alberi secchi che da sempre rappresentano la fine di un ciclo, questa nuova classicità che mal si fonde con l’iconologia privata e mass mediatica del corpo femminile, non fa che acuire il senso di perdita del corpo della donna. Corpo inteso non solo fisicamente, ma con l’accezione filosofica di corpo-anima, rimasto indietro, perso in chissà quale percorso e mai più ritrovato. Le architetture scevre, le crepe, gli scheletri degli alberi, le donne rigide,- con le masse dei capelli che richiamano le dure geometrie delle greche- , l’uso del colore sullo spazio aperto, con i toni azzurrati-rosati dell’alba (o del crepuscolo), a dialogare col freddo celeste del Corpo vuoto, infondono alla scena un tono drammatico. Il dramma che si consuma è quello di una corporeità che non ha nulla di diafano e sano, ma che è specchio del disagio esistenziale”.

Carol Gianotti


 
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